Dieci donne uccise in poco più di dieci anni. Dieci morti violente, tra Modena e la sua provincia, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta. Eppure per troppo tempo quelle storie sono rimaste lì, una accanto all’altra, senza che nessuno riuscisse – o forse volesse – unire davvero i puntini. Inchieste, sospettati, riapertura di indagini, vasi poco comunicanti probabilmente fra le diverse forze dell'ordine che si occuparono dei casi: tutto rimase sospeso.
Erano prostitute, tossicodipendenti, in alcuni casi entrambe le cose. Donne ai margini.
Oggi, più di 30 anni dopo, si parla del possibile ‘mostro di Modena’, di un serial killer che potrebbe aver colpito ripetutamente. Le indagini sono state riaperte, si cercano risposte anche attraverso il Dna e reperti che il tempo non è riuscito a cancellare. Ma questa riapertura ha soprattutto un merito: restituisce dignità a quelle donne.
Perché dietro la definizione di prostituta o tossicodipendente c'era prima di tutto una persona. Una figlia, una sorella, un'amica. E se oggi qualcuno torna a cercare la verità, lo si deve soprattutto alla tenacia dei familiari, che non hanno accettato l'oblio.











