Nel giro di dieci anni, dal 1985 in poi, a Modena vennero uccise otto prostitute, una lunga scia di sangue per cui all’epoca si parlò di un unico assassino, tanto che le cronache si inventarono la figura sinistra del “mostro di Modena”. Le indagini però non approdarono mai a nulla, né all’ipotetico killer seriale né ad altri responsabili dei delitti. Tutto archiviato e nessuna risposta - a parte una persona inquisita su cui però non vennero raccolti elementi sufficienti per procedere -, malgrado le famiglie delle vittime abbiano tentato a più riprese di far ripartire l’inchiesta. Ora però qualche elemento in più potrebbe esserci e il cold case di tre decenni fa ha più di una chance di tornare sotto la lente degli inquirenti: i parenti di cinque delle ragazze assassinate hanno dato mandato all’avvocata Barbara Iannuccelli di fare istanza per la riapertura del caso e i carabinieri, su incarico della procura, sono andati a cercare i reperti dei delitti nel magazzino della Medicina legale dove, a norma di legge, devono essere conservate le tracce dei reati di omicidio. «Nella mano sinistra di Claudia Santachiara, uccisa nel 1989, vennero trovati dei capelli - spiega la legale -. Vicino al corpo di Donatella Guerra c’era un coltello insanguinato, e vicino a quello di Anna Maria Palermo il sasso, anche quello sporco di sangue, con cui era stata colpita a morte. All’epoca non c’era modo di analizzare il Dna per riuscire a risalire all’omicida, ma oggi questi mezzi ci sono e possono permettere di individuare i colpevoli. Abbiamo chiesto alla procura di Modena di tirare fuori i reperti per poterli studiare e gli investigatori si sono recati all’istituto di Medicina legale per acquisirli». Lo stesso discorso vale anche per gli indumenti delle vittime, che una volta esaminati con gli strumenti a disposizione oggi potrebbero rivelare informazioni interessanti. L’ipotesi del serial killer Ma perché all’epoca non si riuscì a venire a capo di nessuno degli otto omicidi? L’avvocata Iannuccelli, che si è studiata tutti gli atti, ha un’idea precisa in proposito: «Il motivo per cui sono stati archiviati è che allora si è creduto alla suggestione dell’unico killer, per cui gli inquirenti sono andati alla ricerca di elementi che avvalorassero questa tesi - dice la legale -. In realtà non c’erano elementi in questo senso, dato che mancano sia l’elemento della ritualità che la stessa arma usata per i delitti: Giovanna Marchetti, Fabiana Zuccarini e Anna Maria Palermo sono state uccise con una pietra, Donatella Guerra, Anna Maria Palermo e Anna Abruzzese a coltellate, mentre Marina Balboni è stata strangolata con una sciarpa e Monica Abate a mani nude». Le ragazze assassinate avevano fra i 19 e i 24 anni, a parte Abate, che ne aveva trentuno, e Abruzzese, trentadue, e avevano problemi di tossicodipendenza. La serie dei delitti comincia nell’agosto dell’85 quando, a Baggiovara, viene trovato il cadavere di Marchetti. Nel settembre del 1987 il corpo senza vita di Guerra è rinvenuto ai laghetti di Sant’Anna e, dopo solo due mesi, è la volta di quello di Balboni, in un fosso di Gargallo. Il paese di Campogalliano è il teatro della morte violenta di Santachiara nel maggio ’89. L’anno successivo, a marzo, Zuccarini viene ritrovata in un fosso a Staggia, stessa sorte di Abruzzese, nel febbraio ’92, a San Prospero, sempre in un fosso. Il cadavere di Palermo affiora in un canale a Corlo di Formigine nel ’94. Abate, l’ultima, viene uccisa nel suo appartamento in centro a Modena nel ’95. «Cinque famiglie si sono rivolte a me per avere giustizia, sono fratelli, sorelle e un cugino delle vittime - aggiunge l’avvocata -. Abbiamo tante speranze che le indagini siano riaperte».