Anzitutto una motivazione individuale, di riabilitazione, dietro l’amicizia che lega Sigfrido Ranucci a Valter Lavitola: "C’era un grande rapporto di amicizia - ha spiegato il faccendiere in dichiarazioni spontanee davanti ai giudici del Riesame - e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura, con un riscatto sociale per me”.Lavitola, che ha ammesso di essere stato il mandante dell’attentato, ha puntualizzato oggi (7 settembre), la propria versione dei fatti davanti al tribunale del Riesame. "Ho fatto tutto questo per proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale avevo avuto notizie", ha spiegato. Il faccendiere ha raccontato di aver chiamato Ranucci per circa due mesi per chiedere che la sua scorta venisse rafforzata. L’obiettivo, secondo la sua ricostruzione, era inscenare un’azione che provocasse l’innalzamento delle misure di sicurezza attorno al giornalista e scongiurasse un attentato più grave. L’indicazione data agli esecutori, ha ribadito, era comunque quella di non fare male a nessuno. Una ricostruzione che si discosta da quella delineata dagli inquirenti, secondo i quali l’attentato avrebbe potuto anche contribuire ad accrescere la notorietà di Ranucci in vista di una possibile discesa in politica del giornalista."L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavares - avrebbe detto Lavitola ai giudici, secondo quanto riferito dai suoi legali, Sergio e Arturo Cola, al termine dell’udienza durata circa tre ore - rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno”.I legali hanno intanto depositato al Riesame una memoria difensiva di 72 pagine. La difesa si muove su due fronti. Da una parte ci sono le esigenze cautelari: la confessione resa da Lavitola il 12 agosto viene indicata come il segnale di una volontà di collaborazione che, secondo gli avvocati, farebbe venir meno sia il rischio di inquinamento delle prove sia quello di reiterazione del reato. Dall’altra, la memoria solleva alcune questioni tecnico-giuridiche: l’inefficacia dell’ordinanza di custodia cautelare, la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso - contestata anche ai quattro presunti esecutori arrestati il 30 giugno - e la competenza territoriale, che secondo la difesa non spetterebbe a Roma.Resta poi da individuare una soluzione per il domicilio nel caso di un’eventuale scarcerazione. La casa romana di Natalia Potenza, ex compagna di Lavitola, non è più disponibile. Il 26 agosto la donna si è presentata alla stazione dei carabinieri Gianicolense per formalizzare il rifiuto a ospitarlo, dopo l’interruzione della relazione sentimentale, e a impiegarlo nel ristorante Cefalù della società Baires in caso di affidamento in prova. I legali hanno quindi indicato un’alternativa in Basilicata. Ora il tribunale del Riesame dovrà decidere sulla misura cautelare.