Roma, 8 settembre 2026 – L’intenzione era proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato. Un pericolo di cui Valter Lavitola dice di aver avuto "notizie". È la terza volta che l’ex direttore dell’Avanti! parla davanti ai giudici. Il suo obiettivo è lasciare il carcere di Rebibbia, dove è detenuto dal 10 agosto, e ottenere gli arresti domiciliari in Basilicata. Ribadisce un rapporto "di profonda amicizia" con il giornalista, oltre alla "necessità di proteggerlo", tanto che, due mesi dopo i fatti di ottobre, Lavitola lo avrebbe chiamato per chiedere che la scorta "gli fosse rafforzata". È quanto riferisce lo stesso faccendiere attraverso i suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola.

Il presunto movente politico

La difesa di Lavitola intende smontare il presunto movente politico contestato dalla Procura di Roma. Secondo gli avvocati, infatti, si tratta di un movente "ipotizzato" e "insussistente". Ranucci, quindi, non avrebbe mai inteso candidarsi né entrare in politica. Anzi, spiega il faccendiere, si sarebbe spesso lamentato del fatto che Lavitola proponesse "l’argomento".

La memoria difensiva

La difesa si dice convinta di aver smontato, in una memoria di 72 pagine, i tre presupposti che avevano portato alla misura cautelare: il pericolo di fuga, l’inquinamento probatorio e il rischio di reiterazione del reato. Nel documento, i legali affrontano diversi aspetti della vicenda, che si aggiungono alle dichiarazioni spontanee rese dal faccendiere sull’attentato del 16 ottobre. Quella notte, un ordigno a base di gelatina da cava era esploso sotto casa di Ranucci, danneggiando le due auto dell’ex conduttore di Report.