«Con Ranucci c'era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me». È quanto ha sostanzialmente affermato, nel corso di dichiarazioni spontanee, Valter Lavitola davanti ai giudici del Riesame in base a quanto hanno riferito i suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. Il Riesame si è riservato di decidere in merito alla richiesta di domiciliari che i legali hanno individuato in un casa presa in fitto a Noepoli, paese di origine dell’indagato. La decisione del Tribunale è attesa entro giovedì 10 settembre.

«Ho fatto tutto questo per proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale avevo avuto notizie. C'era la necessità di proteggerlo, tanto che chiamato Ranucci per due mesi per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata», ha ribadito.

«L'elemento importante - hanno dichiarato i difensori al termine dell'udienza - è che il movente politico che la procura ipotizza è insussistente; in base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi in politica e anzi si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l'argomento».

«Valter Lavitola ha dato un mandato in bianco a Gomes che si è assunto la responsabilità del gesto. Gomes, essendo un esperto, ha fatto a modo suo. Il rapporto di amicizia tra Ranucci e Lavitola rimane molto sincero e il conduttore non sapeva nulla, né ha mai sospettato. Il movente politico è da escludere».