Il faccendiere che ha confessato di aver organizzato l'attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci annuncia di voler raccontare la sua versione in aula

Si è svolta in mattinata, oggi 7 settembre, l’udienza davanti al tribunale del Riesame di Roma per Valter Lavitola, faccendiere accusato di aver organizzato un attentato dinamitardo contro il giornalista Sigfrido Ranucci nonostante il rapporto di amicizia che li legava. Per spiegare la controversa azione, Lavitola ha dato nel tempo ragioni diverse (la principale riguarda l’ipotetico rafforzamento della scorta del cronista che ha ripetuto anche oggi). Secondo la procura di Roma, Lavitola pensava che l’azione potesse favorire la discesa in politica del giornalista che – confermano le intercettazioni – pressava con inviti costanti sul tema e con cui aveva discusso di un sondaggio sul suo nome.

«Il nostro assistito sarà in videocollegamento dal carcere di Rebibbia da dove renderà dichiarazioni spontanee», ha dichiarato, entrando in tribunale il suo legale, Sergio Cola.

Cosa ha detto Lavitola

Nel corso dell’udienza, come anticipato dall’avvocato Cola, Lavitola ha ripercorso il contenuto della memoria difensiva di più di 70 pagine con la sua tesi: «Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me», ha spiegato. «Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata»