Oceani e foreste assorbono ogni anno circa il 40% dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane. Una gigantesca infrastruttura naturale che contribuisce a contenere il riscaldamento globale, ma mostra segnali crescenti di fragilità. E politiche climatiche e finanziamenti destinati a proteggerla non stanno tenendo il passo.
È l’allarme lanciato da Wood Mackenzie nel rapporto Nature capital: the unpriced carbon, pubblicato nell’agosto 2026.
Nel 2025 le attività umane hanno generato emissioni lorde per circa 48 miliardi di tonnellate di CO2 (GtCO2), considerando energia, agricoltura, rifiuti, uso del suolo e foreste. Gli oceani ne hanno assorbite circa 12 GtCO2 e le foreste altre 6 GtCO2, riducendo le emissioni nette a circa 30 GtCO2.
Ma questa capacità di assorbimento non può essere considerata garantita. Dal 1990 la superficie forestale mondiale si è ridotta di circa 1,5 milioni di chilometri quadrati, mentre la deforestazione contribuisce ogni anno per 5-6 GtCO2 alle emissioni globali. Dal 2024, secondo Wood Mackenzie, il settore dell’uso del suolo ha emissioni nette prossime allo zero e ha sostanzialmente perso il proprio ruolo di pozzo netto di carbonio.
Il cambiamento climatico alimenta inoltre un circolo vizioso: temperature più elevate favoriscono gli incendi, che rilasciano CO2 e riducono la capacità delle foreste di assorbirla. I soli incendi delle foreste boreali del Canada nel 2023 avrebbero prodotto circa 3 GtCO2. Proteggere e ripristinare le foreste potrebbe invece garantire una mitigazione compresa tra 3 e 6 GtCO2 all’anno.








