Di Fernanda Wittgens restano pochissime immagini: qualche fotografia in bianco e nero, qualche secondo di filmato in cui sentiamo delle persone, fuori campo, che le stanno dicendo cosa fare; ma soprattutto le lettere, soltanto quelle che scriveva lei, un diario personale. Si tratta di un’assenza quasi programmatica, quella che circonda la prima donna a dirigere un museo statale in Italia. Ed è giusto, prima di addentrarci nell’analisi di Anatomia di un ritratto di Mattia Colombo e Francesco Clerici – presentato alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori durante l’83ª Mostra del Cinema di Venezia – illustrare brevemente la miracolosa biografia di Fernanda Wittgens.

L’arte di raccontare sé stessi: Carla Lonzi e le immagini

Wittgens entra alla Pinacoteca di Brera nel 1928, ne diventa direttrice nel pieno ventennio fascista, e dalla sua nomina salva le opere d’arte dai bombardamenti, aiuta ebrei e perseguitati politici a fuggire dal regime, viene incarcerata dal Tribunale speciale per il suo antifascismo.

Dopo la Liberazione ricostruisce la Pinacoteca e ne fa un luogo aperto, accessibile, popolare: un’idea di museo non neutrale e schierata e che allora era eversiva quanto la sua stessa presenza in un così importante ruolo di potere, in anni in cui le donne conoscevano un unico destino, quello domestico. Wittgens muore nel 1957 e da lì viene rapidamente rimossa dalla memoria collettiva: una sorte toccata a molte figure femminili che la storiografia ufficiale, per pigrizia o per calcolo, non ha saputo – e non riesce tuttora – a celebrare e ricordare adeguatamente.