La settimana scorsa, alla riunione dei ministri degli Esteri a Wicklow, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che le cancellerie temono influenze russe sui voti dei prossimi mesi, compreso quello italiano. Parlava all’indomani dell’accusa tedesca sul ruolo russo nei sabotaggi all’aeroporto di Lipsia, e il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva appena detto al Foglio che da mesi la Russia provoca e testa. Sabato mattina, a Villa d’Este, Roberto Vannacci, ex generale eletto in Parlamento europeo e diventato leader di una formazione nata da una scissione a febbraio, ha spiegato che l’Unione ha un’inerzia strutturale al cambiamento e che non tutti scalpitano per entrarci. Alla vigilia, intervistato dal Foglio, Vannacci aveva anticipato la sua ricetta energetica: riaprire tutti i canali commerciali convenienti con Mosca. La chiama patriottismo economico. Il Financial Times lo ha definito il cavallo di Troia russo in Italia, riprendendo un’analisi dello European Council on Foreign Relations. Vannacci ha risposto che non esiste uno straccio di prova, e lì il dibattito si è incagliato. Si cerca il bonifico. Ma la domanda utile non è se qualcuno abbia pagato: è quanto sarebbe costato.