L’inchiesta giudiziaria che ha recentemente portato agli arresti domiciliari due ex agenti dei servizi segreti italiani, accusati di aver venduto informazioni riservate a funzionari russi, contiene un dettaglio che pesa più di qualunque commento. Tra i dati che sarebbero stati consegnati all’intelligence di Mosca non c’erano soltanto i segreti dell’industria della difesa o i piani di riarmo europei. C’erano nomi, fotografie e numeri di telefono di una funzionaria dell’Aise (il nostro servizio segreto per l’estero) impegnata nel controspionaggio e di alcuni agenti operativi del Ros dei Carabinieri. Non un piano astratto da copiare, ma persone in carne e ossa da esporre al pericolo.
Questo episodio non è un caso isolato, ma segue la condanna definitiva dell’ex ufficiale di Marina Walter Biot, sorpreso nel 2021 a vendere atti classificati della Nato. Oggi, però, il salto di qualità è evidente. E ci ricorda che la cosiddetta guerra ibrida – quel conflitto che una potenza straniera combatte non solo con le armi tradizionali, ma usando lo spionaggio, gli attacchi informatici e la disinformazione – si combatte su due fronti strettamente connessi.
È una guerra a due lame. La prima lama taglia nell’ombra: è la spia che tradisce, il documento venduto, l’informazione passata sottobanco. La seconda lama lavora invece alla luce del sole, nel pieno dibattito pubblico e fa meno rumore solo perché nessuno la nasconde: è il tentativo sistematico di manipolare l’opinione pubblica per indebolire dall’interno la tenuta politica del nostro Paese.













