La sfida non è soltanto contrastare le operazioni di influenza esterna, ma rafforzare la capacità delle democrazie di riconoscerle, valutarle e assorbirle senza perdere autonomia. Per l’Italia il nodo resta la debolezza di una cultura strategica diffusa, ancora poco presente nel dibattito pubblico e nelle istituzioni. In un contesto segnato da propaganda, manipolazione informativa e competizione cognitiva, la sicurezza nazionale dipende anche dalla capacità di distinguere informazione, analisi e condizionamento. L’analisi del generale Pasquale Preziosa
Negli ultimi anni il dibattito pubblico occidentale ha dedicato crescente attenzione alle operazioni di influenza condotte dalla Russia nei confronti delle democrazie europee. Rapporti, studi e analisi hanno evidenziato il ruolo svolto da media, fondazioni, associazioni culturali, think tank e reti accademiche nel promuovere narrative favorevoli agli interessi strategici di Mosca. Si tratta di un fenomeno reale e meritevole di attenzione. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sull’influenza russa rischia di farci perdere di vista una questione ben più importante ossia la vulnerabilità cognitiva delle nostre società. In geopolitica esiste una distinzione fondamentale che troppo spesso viene trascurata. Lo studio di un Paese rappresenta una normale e legittima attività accademica, il dialogo con un Paese costituisce una componente essenziale delle relazioni internazionali, le operazioni di influenza coordinate sono invece attività finalizzate a orientare opinioni, decisioni e comportamenti a vantaggio di un attore esterno. Confondere questi tre livelli significa compromettere la capacità di distinguere tra conoscenza, confronto e manipolazione.










