La settimana scorsa ci ha consegnato alcuni elementi di chiarezza. Non è poco, in una stagione nella quale l’incertezza regna sovrana. La Russia, innanzitutto. L’altra domenica il Cremlino ha ammonito la Polonia, rea di fabbricare droni per Kiev, a «riflettere sulla propria sicurezza». Fra martedì e giovedì due agenti dei nostri servizi in pensione sono stati accusati di spionaggio e due funzionari dell’ambasciata russa a Roma sono stati espulsi perché ritenuti i loro referenti. E si tratta soltanto degli ultimi episodi di una lunghissima serie. Non occorre condividere l’atteggiamento moralistico e non di rado isterico nei confronti di Mosca che da quattro anni circola in abbondanza in Occidente per ritenere che la Russia rappresenti un problema reale per la sicurezza europea. Anche perché quello russo appare un ordine politico incerto la cui instabilità è presumibile sia stata accresciuta dalla non-vittoria in Ucraina. Un regime fragile che ha investito tutto su una prova di forza senza ricavarne il trionfo sperato è per definizione un vicino inquieto, esposto alla tentazione di cercare in ulteriori avventure esterne la legittimazione che vacilla all’interno.
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