Non è evidente provare a raccontare l’integrazione, l’accoglienza, ma ben più di quella letteraria, la scrittura cinematografica prova a farlo.

Film si inerpicano sulle chine impervie del tema: quanto siamo disposti a ricevere e far posto a chi ha meno di noi, chi arrivato da difficili rotte geografiche, culturali, sociali chiede di venire riconosciuto, integrato, e ancor prima visto e ascoltato?

In Nessun dolore (fuori Concorso), Gianni Amelio affronta il tema, costruendo una vicenda non del tutto convincente per come raccontata in maniera troppo frontale (Lamerica, realizzato quasi trent’anni fa, arrivava al cuore della questione ben di più).

L’indifferenza al dolore di chi ha meno di noi, la paura dell’Altro e la resistenza ad aiutarlo, nella trama di Amelio arriva a tradursi in una riflessione morale, assumendo la forma di una sorta di espiazione.

Crollato per causa di un evento atroce intrecciato a stessa dinamica – la resistenza ad accogliere incondizionatamente, il timore di troppo sentire, troppo immedesimarsi e troppo dare – un uomo mite e afflitto (interpretato da Alessandro Borghi) per senso di colpa lascia che il suo appartamento venga letteralmente invaso da decine e decine di stranieri irregolari.