Roma, 5 set. (askanews) – “1918. Alla fine volarono liberi”, “Ma l’euforia non può che mescolarsi al lutto: nel cuore di chi è sopravvissuto a quegli anni di fango, gelo e sangue” Nelle trincee della Grande Guerra non esistono soltanto soldati, ma uomini costretti a confrontarsi ogni giorno con la paura, la fame, il freddo e la possibilità della morte. È in questo scenario che Francesco Bianchi ambienta “1918. Alla fine volarono liberi”, romanzo pubblicato da Santelli Editore per la collana Narrativa Santelli, intrecciando le vicende di soldati e crocerossine negli anni più drammatici della Prima guerra mondiale.
Ghigo e Boghe sono compaesani e amici d’infanzia, uniti dalle stesse origini ma profondamente diversi nel modo di vivere la guerra. Boghe abbraccia con convinzione la vita militare, fino a unirsi agli Arditi, mentre Ghigo subisce il conflitto e cerca, nonostante tutto, di conservare quella parte di umanità che la guerra sembra voler cancellare. Due modi opposti di affrontare la stessa esperienza, destinati a essere messi alla prova dagli eventi che sconvolgono il fronte.
Dall’altra parte ci sono Carola, Theresia e Luisa, tre crocerossine che vivono quotidianamente l’altra faccia della guerra. Non quella delle trincee e degli assalti, ma quella degli ospedali, dei corpi devastati e dei soldati che arrivano dalle zone di combattimento sospesi tra la speranza di tornare a casa e la possibilità di non sopravvivere alle ferite. Ogni uomo che passa dalle loro mani porta con sé una storia, una famiglia, un passato e un futuro che la guerra può interrompere da un momento all’altro.









