Giornata “psichiatrica” al Lido. L'avevamo detto che a Venezia questo è l'anno dei disturbi mentali, ma anche delle loro possibili cure. Ed ecco in concorso due film-terapia diversissimi per metodo e stile, ma entrambi a dir poco immersivi. Anche perché guarire, ammesso che ci si riesca, significa ascoltare (e ascoltarsi), ma soprattutto andare fino in fondo. Come sanno, ancor prima dei medici, i registi.Il primo, il belga Cédric Kahn, si cala nella vita quotidiana di un gruppo di adolescenti in un centro francese per la salute mentale in un film intitolato “15/18”, come l'età degli internati, ragazze e ragazzi di ogni tipo e provenienza che non sprizzano solo malessere ma anche energia, buonumore, desiderio. Come succede a tutti, soprattutto alla loro età. Il lato comico, e insieme tragico, è che molti di loro sono clienti quasi fissi di quei luoghi dunque si conoscono, sanno a memoria i disturbi di cui soffrono i loro compagni, ma conoscono bene anche gli psichiatri, il che rende ancora più imprevedibile (e irresistibile) il duello incessante che si svolge tra i medici, i pazienti e non di rado i loro familiari.Il tutto raccontato con un'energia, verrebbe da dire una leggerezza, che non esclude affatto la profondità. Anzi rende ancora più strazianti i disturbi di questi ragazzi e il loro modo di viverli. Anche se tra allucinazioni, manie, tracce lasciate da traumi pesanti quanto rimossi, poco a poco “15/18” cambia forma. Passando dalla struttura corale della prima metà a una vera e propria trama che condurrà nei modi più inattesi a un processo di guarigione, o almeno a un inizio. Senza che Cédric Kahn, uno di quegli autori che meriterebbe maggiore attenzione (era suo il magnifico “Il processo Goldmann”), perda mai il controllo del gruppo di dotatissimi attori chiamati a dare vita (e follia) a una sceneggiatura elaborata dopo un lungo lavoro di osservazione dal vero condotto dalla co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec. E dallo stesso regista, che si ritaglia anche il ruolo del capo psichiatra. Il più anziano, il più cinico a prima vista, dunque il più autorevole e contestato, tanto dai colleghi che dai pazienti.Qualcosa del genere succede anche in “Mr. Nelson, Did You Kill People?”, diretto dal nipponico Shinya Tsukamoto, l'autore “di culto” di “Tetsuo” e molto altro, che prende le mosse da un caso celeberrimo proprio in Giappone, dove finì i suoi giorni il protagonista, un marine afroamericano mandato a combattere in Vietnam. Da cui tornò piagato per sempre dalle atrocità viste e commesse. Ma pronto a riviverle e perfino a raccontarle ai ragazzi delle scuole, non solo superiori ma perfino elementari.
"15/18" e "Mr Nelson, did you kill people?", i film-terapia arrivano al festival di Venezia
Dal tocco leggero con cui Cédric Kahn racconta i disturbi (e la vita quotidiana) di una comunità di adolescenti all'impatto crudo del trauma di un militare port











