di
Elisabetta Soglio
Le attività espressive di Progetto Giovani, da 15 anni nella Pediatria oncologica, in un documentario sostenuto da Mediafriends e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nell'ambito di «Che spettacolo!»
Il potere del raccontarsi. Anche in una corsia di ospedale. Anche in un’eta in cui pensi a tutto tranne che al cancro. Da quindici anni al settimo piano dell’Istituto dei Tumori di Milano nel reparto di Pediatria oncologica, con Progetto Giovani questo potere si trasforma in espressione artistica, consente la rielaborazione della diagnosi e a volte anche di un lutto, crea un gruppo di adolescenti coeso che fa dell’amicizia e del divertimento un’arma potentissima. Una forza così trascinante che è uscita dai muri dell’ospedale diventando di volta in volta una canzone che ha fatto il botto sui social, una graphic novel di cui hanno parlato i quotidiani, e poi anche la sit com «Ho preso un granchio», in due edizioni.
Proprio partendo da questa serie, sempre seguendo le idee di ragazze e ragazzi del Progetto, è nato il docufilm «Nonostante tutto», che grazie al sostegno di Mediafriends approda domani alla Mostra del Cinema di Venezia, accanto al gotha di registe e registi, attrici e attori, intellettuali. Doveva essere un back stage, ne è risultato un racconto in cui il filo narrativo sono le tante voci dei ragazzi che condividono la quotidianità, le fatiche, le paure e le risate. «Ho pianto solo due volte, per la diagnosi e quando ho dovuto smettere con il basket»; «Un altro problema della malattia è la reazione degli amici e quello che puoi fare è tenerti accanto le persone giuste»; «Ci sono giornate buone e altre meno buone, però qui dentro ridiamo molto e giochiamo molto». Il professor Andrea Ferrari, che ha ideato e fa crescere Progetto Giovani insieme allo staff dei colleghi medici e di psicologi ed educatori, spiega che «anche questo modo di stare insieme fa parte della terapia, perché per loro è fondamentale tirare fuori quello che hanno dentro, ma è più facile farlo con queste modalità espressive piuttosto che con il medico o lo psicologo». E ridere? «Essere autoironici - prosegue Ferrari - non significa essere irriverenti. Perché non si ride della malattia ma dentro la malattia».









