Roma, 4 settembre 2026 – Per gran parte della storia dell'umanità, scrivere è stata un'attività da cui era quasi impossibile ricavare una vera ricchezza. Autori straordinari che oggi studiamo nei libri di scuola sono vissuti sconosciuti ai propri contemporanei e spesso sono morti in povertà, del tutto ignari del valore commerciale che le loro opere avrebbero assunto nel tempo. Prima del Settecento, chi scriveva dipendeva interamente dalla generosità di re, cardinali e nobili attraverso il sistema del mecenatismo, oppure si limitava a vendere il manoscritto una tantum a un tipografo per una cifra fissa, perdendo qualsiasi controllo economico sulle ristampe future. Tutto è cambiato quando il legislatore ha trasformato le parole in un bene monetizzabile: la proprietà intellettuale.

Le radici italiane: da Dante ad Alfieri, celebri ma senza mercato

Andando indietro sino al tempo delle 3 corone fiorentine (Dante, Petrarca, Boccaccio), e di altri geni quali Tasso e Alfieri, ci troviamo dinanzi a talenti noti e stimati già nel loro tempo. Ciò nonostante, essi non poterono mai trasformare la loro fama in un fatturato editoriale. Dante scrisse la “Divina Commedia” durante il duro esilio, dipendendo per il proprio sostentamento dal mecenatismo dei signori dell'epoca, come Cangrande della Scala a Verona. Petrarca si garantì l'autonomia economica non con la vendita dei testi, ma ottenendo ricche rendite e benefici ecclesiastici dai potenti. Boccaccio, dopo un passato da mercante, dovette accettare incarichi diplomatici per il Comune di Firenze pur di garantirsi un'entrata. La statua di Dante Alighieri in piazza Santa Croce a Firenze (Ansa)