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È risaputo che autrici e autori del passato continuano a parlarci attraverso le loro opere; e che se queste sono davvero assurte allo status di classico continuano a parlarci attraverso anni, decenni, secoli. Non solo: possono dare risposte anche a interrogativi contemporanei, che alla loro epoca non erano nemmeno sorti.
Per un editore come me, l’altro innegabile vantaggio dei classici è che non possono partecipare alle presentazioni dei loro libri e quindi, dopo, non bisogna offrigli la cena.
A volte, i morti, e gli scrittori morti, sembrano addirittura dialogare. Fino a questo momento, l’idea di una conversazione fra morti mi aveva sempre riportato alla mente il famoso poemetto di Totò ’A livella, con il suo indimenticabile incipit («Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza / per i defunti andare al cimitero, / ognuno ll’adda fa’ chesta crianza, / ognuno adda tené chistu penziero»), lo spassoso dialogo filosofico tra un nobile altezzoso e uno straccione – ormai equiparati, “livellati” appunto, dalla condizione di essere entrambi defunti – e l’ancor più memorabile finale che in italiano suonerebbe pressappoco così: «Queste pagliacciate lasciamole fare ai vivi, noi siamo seri, apparteniamo alla morte!»









