Non c’è da rimpiangere il tempo in cui gli scrittori usavano dirsene di tutti i colori. Pensate che cosa succederebbe oggi se Baiani dicesse di Carofiglio (o viceversa): «Quello non è scrivere, è battere al computer…», più o meno ciò che dichiarò pubblicamente Truman Capote a proposito di Kerouac e di tutta la Beat Generation (ovviamente settant’anni fa non c’era il computer ma la macchina per scrivere). Pensate se Wanda Marasco, neo-vincitrice del Campiello, parlasse così di De Giovanni: «Non ha mai usato una parola che costringesse il lettore a consultare il vocabolario», come disse Faulkner di Hemingway, denunciando, per metafora, la sua codardia stilistica («Non si è mai arrampicato su un ramo sporgente»). E pensate che cosa succederebbe se De Giovanni andasse in tv, come fece Hemingway per ricambiare il complimento di Faulkner, a pontificare: «Povera Marasco. Crede davvero che le grandi emozioni derivino dalle grandi parole?». C’era un tempo in cui gli scrittori se ne dicevano di tutti i colori, come racconta Giulio Passerini in un divertente libretto intitolato Inimicizie letterarie (Italo Svevo editore). Non c’è da rimpiangere la litigiosità tra García Márquez e Vargas Llosa, culminata in un pugno che mise fine per quarant’anni a una profonda amicizia: e pazienza se non si trattava di schermaglie stilistiche, come quelle tra Faulkner e Hemingway, ma di una banale (e infuocata) questione di corna.