C'è stato un tempo in cui la critica letteraria non aveva paura di farsi odiare. Non perché fosse sadica o snob, ma perché aveva le spalle larghe. Pensiamo a Giorgio Manganelli, alcune delle sue pagine più riuscite erano critiche colte, feroci se necessario, ma mai livorose. Oggi quello spazio sembra svanito. E non per mancanza di libri brutti o discutibili - quelli non mancano mai - ma, forse, per penuria di coraggio, per eccesso di strategia da realpolitik. Le pagine culturali nazionali annunciano una distesa di capolavori a cinque stelle, un profluvio di romanzi “imperdibili” e “necessari”, “inni alla resilienza” e “scritture potenti” destinate a durare. Le fascette urlano tirature mirabolanti e diritti venduti in mezzo mondo ma, fin troppo spesso, tutto si spegne in poche settimane, scivolando verso il macero, inesorabilmente sostituiti da nuovi capolavori già pronti a occupare gli scaffali. Una corsa alla pubblicazione che somiglia tanto ad un gioco al massacro.

Dunque, perché nessuno stronca più? La risposta è meno nobile di quanto si voglia ammettere: oggi tutti conoscono tutti e a conti fatti, non ne vale la pena. I social network hanno azzerato i gradi di separazione: scrittori, editori, critici, giornalisti, librai e influencer si muovono in un unico ecosistema iperconnesso, in cui giudizio di valore diventa immediatamente personale. Stroncare un libro significa ferire qualcuno che domani potrebbe metterti un like, invitarti ad un festival, proporti un’intervista o magari, presentarti ad un evento con un pubblico di fiducia.