Anche se i libri per l’infanzia canonici non li legge più nessuno tutti si cimentano con essi prendendoli a modello o demolendo il piedistallo su cui la tradizione li ha posti. Tanti poi si fanno imitatori di Umberto Eco che, col suo Elogio di Franti, contesta la morale piccolo borghese del libro Cuore. E anche se lo scrittore Domenico Starnone ha detto qualche anno fa che era un peccato l’ostracismo contro il capolavoro di De Amicis da parte della sinistra, resta la diffidenza verso il tipo umano incarnato dal protagonista del romanzo, Erico Bottini, e una sorta di preferenza verso Franti, il ribelle, il sessantottino ante-litteram, il “bullo” che ride troppo perché non accetta l’Ordine. Ora, a duecento anni dalla nascita di Carlo Lorenzini in arte Collodi, analoga operazione rischia di travolgere Pinocchio, un classico bollato dallo storico Alessandro Barbero come «inno del conformismo». Quattro anni fa lo scrittore Aurelio Picca aveva pubblicato un pamphlet contro il burattino, che da sempre gli aveva suscitato antipatia.

Non è d’accordo Giuseppe Iannaccone, presidente del Cepell: «Altro che conformismo. Il romanzo di Collodi non ha niente di consolatorio o edificante: è piuttosto “il” libro della libertà, della crescita faticosa e complessa, della formazione che matura attraverso l’errore e l’inganno. Per questo non è un’opera pedagogica solo per ragazzi, ma una storia di iniziazione difficile, di una conversione contraddittoria, da conquistare a dispetto della crudeltà del mondo». Insomma perché occorre muoversi sempre e ancora dentro lo stereotipo interpretativo di Franti versus Enrico Bottini? Perché non ci si libera di quel retaggio che vuole per forza intravedere nella sregolatezza il primo passo di un istinto positivo di libertà? Pinocchio conformista perché accetta il destino di figlio sarebbe risultato più simpatico se avesse seguito lezioni di educazione sessuo-affettiva?