Tira una brutta aria per le riserve auree italiane, le terze più grandi del mondo, per quasi la metà conservate negli Usa. La Francia le ha già riportate a casa in gennaio. Ora anche l'Olanda ha deciso di spostare in casa propria una cospicua parte dei lingotti "orange" depositati negli Stati Uniti. Qualcosa sta succedendo. Forse è il caso di riflettere, in Banca d'Italia, dove finora si è ostentata tranquillità sul destino dei circa 300 miliardi di euro di proprietà italiana fisicamente collocati negli States.

La notizia l’abbiamo letta tutti: tra marzo e agosto scorsi, senza clamore, la banca centrale olandese ha spostato 95 tonnellate d'oro (su un totale di 340 tonnellate conservate in Nord America) da New York e Ottawa a Londra. Motivazione ufficiale: "La crescente instabilità geopolitica". E la necessità di rafforzare la capacità di reazione in caso di crisi finanziaria globale. Ovvero: meglio avere i lingotti sotto mano, dove la situazione politica appare più stabile, e non c’è un tizio chiamato Donald che potrebbe decidere per una ragione qualsiasi di impossessarsene.

Non è la prima mossa del genere. Prima dell'Olanda c'è stata la Francia, che nel gennaio del 2026 ha liquidato 140 tonnellate custodite alla Federal Reserve di New York, sostituendole con oro acquistato in Europa. Operazione presentata come "aggiornamento tecnico" per conformarsi agli standard internazionali, ma il risultato geografico resta: Parigi non ha più riserve oltreoceano. Prima ancora, tra il 2013 e il 2017, anche la Germania aveva rimpatriato 674 tonnellate da New York e Parigi.