In Germania se ne discute da anni. In Italia se ne parla decisamente meno. Ma nel 2019 la premier Meloni (all’epoca stava all’opposizione) affidava a Facebook il suo appello: «Rimpatriare subito l’oro italiano!». Nel pieno delle tensioni e delle incertezze geopolitiche di oggi, quella che appariva come una boutade dal sapore nostalgico, diventa una seria possibilità. Da decenni, infatti, l’Italia e la Germania conservano negli Stati Uniti, precisamente presso la Federal Reserve di New York, lingotti d’oro per un valore attuale che supera i 245 miliardi di dollari. Si tratta di uno dei tesori più preziosi al mondo, la cui custodia negli Stati Uniti non è più considerata così sicura come un tempo. E anche se al momento Meloni non ne parla (la premier si dichiara molto vicina e alleata di Washington e non è interessata ad aprire un fronte di scontro con gli Usa), la crescente sfiducia nei confronti della politica monetaria americana, accentuata dalle mosse di Donald Trump contro la Federal Reserve, ha inevitabilmente riacceso il dibattito in Europa, prontamente ripreso dal Financial Times, sulla necessità concreta di riportare nel continente queste riserve auree.
Perché metà dell’oro della Banca d’Italia è a Fort Knox e perché qualcuno vuole riportarlo indietro
Germania e Italia sono (dopo gli Stati Uniti) i Paesi con la più grande riserva aurea. Di questa, l’equivalente di 245 miliardi di dollari è conservato alla Fed. I partiti tedeschi vogliono far rientrare queste riserve. E nel 2019 anche Meloni chiedeva a gran voce il rimpatrio dell’oro italiano






