Questa è la nuova puntata della newsletter “Il Capitale”: per iscriverti gratuitamente, clicca qui. Il lettore attento ricorderà il dibattito dello scorso autunno, e la norma che ne uscì. Articolo uno, comma due della legge di Bilancio per il 2026: “Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d'Italia, come iscritte nel proprio bilancio, appartengono al Popolo italiano”, con tanto di maiuscolo. A destra, soprattutto nelle sue frange euroscettiche, l’argomento ha sempre esercitato un fascino atavico.
Fino a qualche anno fa il tema faceva breccia anche nei discorsi dell’allora leader di un partito di opposizione, Giorgia Meloni: «L’oro è degli italiani, non dei banchieri!» Correva il 2019, l’Italia era governata dall’alleanza Conte-Salvini e lo spread coi titoli tedeschi era oltre i livelli di guardia. I compratori di titoli italiani erano preoccupati da una legge di Bilancio in forte deficit e dalla proposta - contenuta in quel “contratto di governo” - di imporre a via Nazionale l’acquisto per legge di qualche centinaia di miliardi di debito. Le cronache di queste settimane dagli Stati Uniti e la polemica attorno alla decisione di Scott Bessent di riacquistare titoli del Tesoro per pochi miliardi di dollari testimoniano che il tema è delicatissimo e foriero di disastri: l’indipendenza della banca centrale è il prerequisito della stabilità finanziaria di un Paese, soprattutto se quel Paese è ad alto debito, come lo era e resta l’Italia. E così, dopo una lunga discussione all’interno della maggioranza, lo scorso autunno la maggioranza di centrodestra ha trovato un compromesso su una formula che nulla ha cambiato della sostanza: le riserve auree italiane sono rimaste nella piena e autonoma disponibilità della Banca d’Italia. I fatti di questi giorni impongono però di tornare su un tema posto male ma in prospettiva non del tutto peregrino: l’importanza geopolitica della collocazione delle riserve auree. Questa settimana, a operazione conclusa, la Banca centrale olandese ha comunicato di aver trasferito da New York a Londra 86 tonnellate di oro, il 14 per cento del totale. Motivo della decisione: la crescente instabilità politica mondiale e dunque la necessità - quando mai fosse necessario - di vendere più facilmente quell’oro. Dietro all’ufficialità ci sono due non detti. Il primo: la Banca d’Olanda - pur sottolineando di considerare l’ipotesi più che remota - ammette che la situazione politica è talmente caotica da doversi preparare in astratto allo scenario. E la seconda, la più importante: gli olandesi ammettono implicitamente di non considerare più i confini americani il luogo più sicuro nel quale stoccare le sue riserve. Fino a poche settimane fa erano quasi un terzo del totale, ora sono scese al 18 per cento. A voler sintetizzare al massimo il senso della decisione per il lettore comune, la si può mettere così: se mai il mondo andasse a rotoli, meglio avere le riserve più vicine. Non c’è da stupirsi di una decisione simile, perché non è la prima. Già nel 2013 la Bundesbank avviò un piano - l’operazione durò quattro anni - per riportare a Francoforte trecento tonnellate da New York e 374 da Parigi. L’anno scorso la Banca di Francia ha fatto a sua volta un’operazione simile per un ammontare molto più piccolo: 129 tonnellate, pari al 5 per cento del totale. Ma se i tedeschi custodiscono ancora nel territorio americano il 37 per cento dei loro lingotti, i francesi l’hanno abbandonato del tutto. Coerenti al loro spirito patriottico, ora la Banca di Francia ha l’intero patrimonio aureo nei propri caveau. Nell’era dei nuovi nazionalismi è un comportamento sempre più frequente: l’ultimo sondaggio dedicato al tema racconta che nel 2025 una banca centrale su dieci ha spostato un ammontare piccolo o grande di riserve. L’anno precedente erano due su cento. E l’Italia dell’oro al popolo? Coerenti alla nostra ars retorica, la politica ha introdotto un principio che non ha intaccato l’autonomia della Banca centrale, e di questo occorre rallegrarsi. Allo stesso tempo fa sorridere constatare che a fronte di una norma inutilmente maliziosa l’Italia continua a conservare nei confini americani più del 43 per cento delle sue riserve, senza aver fin qui nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di seguire l’esempio di tre dei sei Paesi fondatori dell’Unione europea. Per inciso: questa newsletter non vuole insinuare il dubbio che l’oro degli italiani custodito negli Stati Uniti sia in pericolo, o che Donald Trump sia pronto a confiscarlo. E però occorre prendere atto che alle nostre latitudini le affermazioni roboanti sulle ipotesi nefaste non portano con sé nemmeno scelte di principio ispirate al buon senso.











