di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Abbiamo ricominciato a parlare di Cuba a causa del ricovero del grande Alessandro Di Battista, che per fortuna ora sta meglio. E immediatamente il dibattito, come spesso accade negli ultimi anni, si è trasformato in una contrapposizione ideologica con schieramenti e tifo da stadio.

In quest’epoca fortemente individualista, segnata dalla crisi delle ideologie e delle religioni, gli scontri sui social (su questa e quella tematica) alimentano un senso di identità rigido che, dividendo le persone in amici o nemici, cerca una sua appartenenza netta, priva di sfumature e complessità.

Comunque, al di là delle banalizzazioni da social, è innegabile il drammatico collasso del sistema sanitario cubano. Per decenni Cuba ha rappresentato un paradosso che dava fastidio all’Occidente e che molti faticavano ad accettare. Un Paese povero, sottoposto per oltre sessant’anni a un embargo economico soffocante da parte degli Stati Uniti, era riuscito a costruire uno dei sistemi sanitari più efficienti e universalistici del mondo. L’assistenza sanitaria era gratuita. La prevenzione costituiva una priorità nazionale.

L’alfabetizzazione aveva raggiunto livelli vicini al 100 per cento.