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Ultimo aggiornamento: 6:51

di Sara Romanò*

A Cuba è tempo di misure draconiane per fronteggiare la scarsità di energia, aggravata dalla politica di “massima pressione” del governo Trump: minacce di nuovi dazi e sanzioni unilaterali ed extraterritoriali contro i paesi che inviano petrolio all’isola. La motivazione ufficiale è che Cuba sarebbe una “emergenza nazionale” per la sicurezza degli Stati Uniti. Dopo che la Corte Suprema ha chiarito che il potere di imporre dazi spetta al Congresso, Trump ha revocato i dazi aggiuntivi, ma ha mantenuto la dichiarazione di emergenza nazionale. Sarebbe comico, non fosse tragico.

La mancanza di energia ha paralizzato Cuba. Famiglie, imprese e istituzioni sono senza elettricità per molte ore al giorno, con gravi ripercussioni su produzione e distribuzione di cibo, accesso all’acqua potabile e servizi sanitari, ora riservati a urgenze e a terapie salvavita. Il carburante è introvabile e costoso, i trasporti pubblici sono rari. Le attività produttive sono ferme: è stata introdotta una forma di cassa integrazione, incentivato il telelavoro e ricollocati i lavoratori in sedi più vicine a casa. Le scuole sono tornate alla didattica a distanza e si pensa a una chiusura anticipata. È un lockdown senza una data di fine, non causato da una pandemia, ma da sanzioni unilaterali che rischiano di provocare una prevedibile crisi umanitaria. L’Onu ne chiede infatti la rimozione o l’allentamento.