REUTERS/Norlys Perez
Cuba è senza luce, l’ONU è senza voce, Trump è senza pietà. L’isola caraibica è anche senza cibo e medicine, senza turisti, senza lavoro, alle prese con la più drammatica crisi energetica della sua storia, con blackout che di media arrivano a 22 ore al giorno: la produzione interna è ferma, l’inflazione galleggia al 25%, ma si tratta di una stima perfino ottimistica tra salari che non bastano più e infrastrutture che avrebbero un disperato bisogno di cure e d’investimenti. Perciò il governo cubano ha chiesto aiuto alle Nazioni Unite, un appello disperato, affidato al ministro degli esteri, Bruno Rodriguez Parrilla: “Invito la comunità internazionale a mobilitarsi per prevenire una catastrofe umanitaria che potrebbe essere imposta tramite l’uso delle armi o il blocco del carburante”, ha dichiarato Rodriguez durante l’ultima sessione del Consiglio di Sicurezza. “L’embargo petrolifero ed energetico che gli Stati Uniti impongono a Cuba è equivalente, nei suoi effetti, a un blocco navale, che è un atto di guerra e che sottopone la popolazione cubana a condizioni che minacciano la loro integrità e la loro esistenza. Costituisce una crudele e indiscriminata punizione collettiva. Questa è un’aggressione unilaterale senza precedenti e completamente ingiustificata”. Ma a poco servirà: perché l’ONU, pur essendo il più importante organismo internazionale in funzione, ormai conta più sulla carta che sulla sostanza, schiacciato com’è dal peso, dall’arroganza, dalla violenza degli stati più autoritari. E perché gli Stati Uniti, che continuano ad aumentare la pressione economica sull’isola, attraverso l’embargo e le sanzioni, continuano a cercare un pretesto, una qualsiasi giustificazione che consenta loro di rovesciare in qualche modo il governo dell’Avana. Due settimane fa i procuratori federali della Florida hanno formalmente incriminato Raul Castro, 94 anni, fratello di Fidel, presidente di Cuba dal 2008 al 2018, per l’abbattimento, da parte di due MiG dell’esercito cubano, di due aerei civili americani nel 1996, operati da Brothers to the Rescue, un’organizzazione di volontari che tuttora presta assistenza ai cubani che vogliono scappare negli Stati Uniti: quattro furono le vittime. E ora, 30 anni dopo, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sostiene che Castro, allora ministro della difesa, e altri cinque ex piloti delle forze di difesa aerea cubane siano penalmente responsabili degli omicidi dei quattro uomini, tre dei quali cittadini statunitensi. Il procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud della Florida, Jason A Reding Quiñones, ha sostenuto che “il tempo trascorso non cancella la gravità di quanto accaduto”.






