Uno storico scatto di Giorgio Armani (ph Stefano Guindani, courtesy Giorgio Armani)
Sarà l’ultima rivoluzione di Giorgio Armani? A un anno dalla sua scomparsa, il suo effetto continua a propagarsi dentro e fuori la maison. Da una parte c’è un gruppo da 2,2 miliardi di euro che ha saputo mettersi in discussione e reagire, dallo stile al management, aprendo porte che per anni erano rimaste chiuse. Dall’altra c’è un nome che continua a funzionare come una calamita in una moda alle prese con una fase di forte fragilità. Un simbolo di questo nuovo corso è forse Vittoria Ceretti (compagna di quel Leonardo DiCaprio grande amico dello stilista più amato da Hollywood) protagonista della campagna scattata proprio nella casa dello stilista, per anni luogo off limits. Un’apertura che racconta meglio di molte dichiarazioni come l’Armani effect continui a farsi sentire, anche senza di lui.
Un anno senza Armani, dunque. Ma anche un anno con Armani. L’uomo non c’è più, lo stilista non può più entrare in una stanza, lavorare su una giacca, modificare una silhouette, affinare una collezione o sgridare con il suo piglio appuntito qualche collaboratore. Ma il suo modo di fare le cose resta. Resta nelle collezioni, innanzitutto. Quelle firmate da Leo Dell’Orco per l’uomo e da Silvana Armani per la donna hanno mostrato, nel primo anno senza il fondatore, una capacità di continuità che non era affatto scontata. Non si tratta di sostituire Armani, impresa impossibile, ma di dimostrare che il linguaggio può continuare a parlare anche quando non c’è più la sua voce. La mano è diversa, ma la grammatica è riconoscibile. Ed è forse questo il primo vero risultato del dopo Armani.









