di Paola Pollo
Il 4 settembre 2025 moriva l’uomo che ha portato nel mondo la moda italiana. Rigoroso, coerente, insofferente a ogni eccesso. Lui non c’è più, ma il suo modo di fare le cose è ancora lì. Ecco il segno che ha lasciato. E chi ha raccolto progetti ed eredità
Il 4 settembre di un anno fa moriva Giorgio Armani, a Milano. Da quel giovedì pomeriggio a oggi non c’è stato giorno in cui qualcuno non mi abbia chiesto di lui. Non tanto dello stilista, che tutti conoscono, quanto dell’uomo. E già l’8 settembre, il giorno del funerale privato nella piccola chiesa di San Michele a Rivalta, ho capito che la risposta era lì, vicino: «Come era Armani? Andate a trovarlo dove ora riposa e capirete».
Era lì, a poche centinaia di metri da quel sagrato, uscendo dal borgo, sulla Provinciale 40. Due minuti di strada tranquilla tra campi, boschi e colline, parallela al fiume Trebbia, ancora oggi di quel grigio, il famoso greige cui Armani ha dedicato collezioni e collezioni.
In quel minuscolo camposanto si coglie chi sia stato l’uomo. Un vecchio cancello, un primo cortile e poi un secondo, con il sobrio colonnato e le porte a vetri delle cappelle familiari. L’ultima in fondo a destra, rasente al muro, è quella degli Armani. Sono tutti lì: mamma Maria, papà Ugo, il fratello Sergio. E ora anche lui. Nessuna fotografia. Marmo nero, nomi in ottone, un quarzo con il Cristo appoggiato come unico decoro. E intorno la campagna piacentina. L’uomo che ha rivoluzionato la moda, creato un impero da miliardi, avuto case, ville, aerei e barche è proprio lì. In un angolo di semplicità e dignità d’altri tempi. Nessun mausoleo, nessun monumento, nessun famedio. Solo la scelta di riposare fra i suoi, nella sua terra.Eccolo, allora, l’uomo: le radici e gli affetti. E poi il rigore, la coerenza che non hanno mai concesso nulla agli eccessi e alle manie di grandezza. «Amo la discrezione, detesto l’esibizione. Amo il silenzio, l’essenzialità, detesto l’eccesso e il chiasso, anche metaforici». È difficile immaginare una dichiarazione più Armani. Così l’anno senza di lui mi sento di cominciarlo da qui. Dall’uomo che non c’è più, ma che ha scelto di andarsene come voleva lui.Poi c’è lo stilista. Imprescindibile dal primo: «Io il sabato e la domenica sono un uomo disperato. È meglio non starmi vicino, perché il fare nulla mi disturba moltissimo». E anche qui, a un anno dalla morte, la domanda è una sola: cosa è rimasto di lui, del suo impegno, della sua passione, della sua dedizione? Forse la risposta è nei nove principi fondanti che ha lasciato scritti sul cemento delle pareti del teatro di via Bergognone. «Nove e non dieci però, ci sono già i comandamenti..», è la battuta che tutti si permettono, sapendo che Armani, con la sua ironia, l’avrebbe fatta per primo. Un punto dopo l’altro per lasciare ai posteri l’e(ste)tica armaniana. Parole importanti: correttezza, diversificazione senza perdere coerenza, essenzialità ed eleganza non ostentata, attenzione al prodotto, all’innovazione e alla qualità, prudenza, investimenti, equilibrio finanziario e reinvestimento degli utili. Non un manifesto, ma un metodo di lavoro. Un viatico preciso. Prima c’era Armani, amministratore e direttore generale, al centro di ogni decisione. Oggi quelle responsabilità sono distribuite con Giuseppe Marsocci come ad e poi Daniele Ballestrazzi, Michele Tacchella e Laura Tadini che guidano rispettivamente area finanziaria e operativa, marchio e risorse umane. Nel nuovo consiglio di amministrazione sono entrati Andrea Camerana, Marco Bizzarri, Federico Marchetti, Angelo Moratti e John Hoox. Eccetto Bizzarri, sono persone che hanno lavorato con Armani per decenni. Dunque la continuità di quel metodo.










