Lipsia ha mostrato che attribuire il drone esplosivo alla Russia è un atto politico, non tecnico. E che una guerra lunga sta diventando il pretesto di provocazioni più pericolose di quanto appaiano. Il commento di Raffaele Volpi, già presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica e già sottosegretario di Stato alla Difesa

Le guerre di questo secolo non si annunciano con le trombe. Si annunciano con oggetti piccoli, quasi ridicoli nella loro dimensione fisica, che attraversano una recinzione in una sera d’estate e vanno a sbattere contro l’ala di un aereo cargo. È accaduto a Lipsia nella notte fra il 4 e il 5 agosto: un drone carico di esplosivo, una pista chiusa, un velivolo che rientra su uno scalo vicino con danni lievi, e poi il silenzio delle settimane in cui i tecnici lavorano e la politica tace. Chi ha guardato quelle immagini con occhio professionale ha capito immediatamente che non si trattava di un incidente, ma ha anche capito che dire perché non si trattasse di un incidente sarebbe stato il vero problema, e che quel problema non apparteneva agli investigatori.

Il 1° settembre il governo tedesco ha sciolto la riserva. Il ministro dell’Interno Dobrindt ha attribuito l’episodio alla Russia, e lo ha fatto nel modo che gli addetti ai lavori riconoscono come l’unico praticabile: non esibendo una prova regina, che in queste vicende non esiste quasi mai, ma esibendo la ricorrenza degli schemi. La configurazione dell’ordigno, i metodi, il profilo degli esecutori, la sovrapponibilità con altre operazioni già ricondotte alla stessa mano. Poi sono arrivate le conseguenze, che sono la parte più istruttiva della vicenda: la chiusura del consolato di Bonn, la rescissione del contratto della Casa Russa, la stretta sui visti, la pressione sulla flotta ombra. Ventotto giorni fra il fatto e la decisione. Non è poco, ma non è nemmeno l’eternità in cui certe democrazie sanno far dissolvere le questioni scomode.