Foto di Abdelrhman Magdy/Pexel

C’è una buona notizia con cui cominciare il nuovo anno scolastico. Nel 2025 l’Italia ha raggiunto, con cinque anni di anticipo, uno degli obiettivi europei sull’istruzione, e non è cosa da poco. La quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato precocemente gli studi è scesa all’8,2%, cioè sotto quel fatidico 9% che l’Unione europea aveva indicato come traguardo da raggiungere entro il 2030. La media europea, peraltro, è ancora leggermente più alta e si ferma al 9,1%.Vent’anni fa la situazione era molto diversa. A metà degli anni Duemila più di un giovane italiano su cinque lasciava gli studi senza aver raggiunto un diploma o una qualifica e il divario con il resto d’Europa superava i sei punti percentuali. Anche solo cinque anni fa, avevamo visto come in alcune regioni d’Italia il tasso superasse i 17 punti percentuali, con enormi differenze però all’interno dello stesso territorio. Leggi anche: Povertà educativa in Lombardia: la necessità di un'analisi dettagliataDa allora il dato è progressivamente diminuito, fino al risultato raggiunto nel 2025. L’Istat certifica quindi che rispetto al 2005 il recupero italiano è stato decisamente significativo e che oggi il valore nazionale è inferiore alla media dell’Unione europea.Tutto bene, quindi?Prima di rispondere è utile capire che cosa stiamo misurando. Quando si parla di Early Leavers from Education and Training, che è l’indicatore utilizzato a livello europeo, non si stanno contando semplicemente gli studenti che in un determinato anno smettono di frequentare la scuola. Per la precisione si considerano i giovani che tra i 18 e i 24 anni hanno conseguito al massimo la licenza media e che, nelle quattro settimane precedenti alla rilevazione, non fossero inseriti in alcun percorso di istruzione o formazione. Se utilizziamo questo indicatore, oggi l’Italia si trova in una posizione migliore della media europea e di paesi come Germania e Spagna, dove nel 2025 gli abbandoni precoci raggiungevano rispettivamente il 13,1% e il 12,8%. Riprendendo un’analisi di Con i bambini (aggiornata al 16 aprile 2026), vediamo che in Romania erano il 15,5%. Dall’altra parte della classifica troviamo invece Croazia, Grecia e Irlanda, con valori rispettivamente del 2,1%, 3% e 3,6%. Diciassette paesi hanno già raggiunto il target europeo.Fermarsi alla media nazionale, però, rischia di farci perdere una parte importante della storia.Come avevamo notato cinque anni fa, anche in questo caso l’Istat mostra come dietro quell’8,2% esistano ancora differenze territoriali e di genere molto nette. Tra i ragazzi l’abbandono precoce riguarda il 10,1%, tra le ragazze il 6,2%. Tra i giovani con cittadinanza italiana il valore è del 6,7%, mentre tra quelli con cittadinanza straniera sale al 26,2%: quasi quattro volte tanto. Per chi è arrivato in Italia tra i 16 e i 24 anni il valore raggiunge addirittura il 44,1%, mentre scende al 15,3% tra chi è arrivato prima dei dieci anni.Ancora più evidente è il rapporto con il livello di istruzione della famiglia e lo vediamo sempre grazie all’inchiesta di Con i bambini. Tra i ragazzi con genitori che hanno conseguito al massimo la licenza media, l’uscita precoce dal sistema educativo raggiunge il 20,7%. Se almeno uno dei genitori è laureato scende all’1,1%.Non significa naturalmente che il titolo di studio dei genitori determini automaticamente il destino scolastico dei figli. Significa però che, anche in un paese che ha finalmente raggiunto il proprio obiettivo europeo, le possibilità di arrivare fino alla fine del percorso di istruzione continuano a essere fortemente associate alle condizioni di partenza.E le differenze non riguardano solamente le persone. Riguardano anche i luoghi.In città l’abbandono è maggioreQuando si parla di abbandono scolastico ciò che potrebbe venire in mente è che nelle zone più disperse dell’Italia il tasso sia ben superiore a quello delle aree urbane. Avviene ciò a livello europeo, ma in Italia succede quasi il contrario.Nelle aree rurali gli abbandoni sono l’8%, in quelle intermedie il 7,3%, mentre nelle città salgono al 9,5%. E questo è un dato interessante perché rende insufficiente una lettura della dispersione scolastica legata soltanto alla distanza fisica dalla scuola o all’isolamento geografico. Una parte importante del fenomeno italiano si concentra proprio nei luoghi dove, almeno in teoria, scuole e servizi dovrebbero essere più facilmente raggiungibili.Ma quanto sono uguali tra loro le nostre città?Per provare a capirlo possiamo utilizzare un secondo insieme di dati. Sono meno recenti perché si riferiscono al 2021, e abbiamo visto quanto in soli cinque anni può cambiare la situazione, ma possono essere utili per vedere il dettaglio di alcune di queste città. Si tratta dei dati ISTAT raccolti per la Commissione parlamentare sulle periferie e messi a disposizione in formato aperto da Openpolis e Con i Bambini per i capoluoghi delle 14 città metropolitane. L’analisi di per sé non può che essere parziale. Proprio perché l’anno di riferimento è diverso, questi valori non possono essere confrontati direttamente con l’8,2% nazionale del 2025. Possono però mostrarci quanto differente fosse la situazione da una città all’altra. Nel 2021 Catania, ad esempio, aveva un tasso di uscita precoce del 26,5%: cioè più di un giovane su quattro. A Palermo il dato era del 19,8%, a Napoli del 17,6%. Seguivano Cagliari con il 16,3% e Messina con il 14,6%, mentre Genova e Bari erano entrambe al 13,8%. Roma e Reggio Calabria erano invece le uniche tra le città considerate a scendere sotto il 10%.Anche in questo caso, però, il dato comunale continua a essere una media. Per entrare ancora più nel dettaglio, prendiamo Venezia. Mediamente nel 2021 il 13% dei giovani tra 18 e 24 anni risultava uscito precocemente dal sistema di istruzione. Scendendo nelle diverse aree del comune il quadro cambiava parecchio: a Marghera il valore raggiungeva il 20,5%, a Mestre-Carpenedo il 14%, a Favaro Veneto il 12,9%, a Chirignago-Zelarino l’11,3%, nell’area Venezia-Murano-Burano il 10% e al Lido-Pellestrina l’8,6%. All’interno dello stesso comune, quindi, troviamo territori in cui l’incidenza dell’uscita precoce dalla scuola è più che doppia rispetto ad altri.E Venezia non rappresenta certo il caso più estremo. Nei dati delle città metropolitane compaiono aree di Palermo e Catania in cui il fenomeno raggiunge valori vicini o superiori al 40%. Percentuali che vanno lette con cautela, soprattutto nei territori più piccoli, dove il numero dei giovani tra 18 e 24 anni può essere relativamente ridotto e rendere il dato più sensibile alle variazioni. Ma ciò che emerge osservando complessivamente le aree urbane è difficile da ignorare: la dispersione scolastica ha anche una geografia interna alle città.Una media comunale può essere quindi parziale quasi quanto quella nazionale, ma può essere molto utile per vedere quali sono le zone su cui dover intervenire.