La guerra che doveva essere rapida comincia ad assumere il profilo di un impegno lungo. Sei mesi dopo l’offensiva americana contro l’Iran, il possibile prolungamento delle missioni Usa in Medio Oriente fino al 2027 apre un interrogativo politico e strategico che va oltre il campo di battaglia: quanto costa, davvero, tenere aperto il fronte di Hormuz?
Il calendario, in questa crisi, dice più delle dichiarazioni. Sei mesi fa l’amministrazione americana presentava l’offensiva contro l’Iran come un’azione rapida, calibrata, capace di piegare Teheran senza trascinare Washington in un nuovo pantano mediorientale. Oggi, invece, il dossier racconta un’altra traiettoria: il conflitto resta aperto, lo Stretto di Hormuz continua a essere il barometro della tensione globale e al Pentagono si discute già di missioni che potrebbero protrarsi fino al 2027.
Il nodo politico: dalla promessa del “colpo decisivo” alla logica dell’usura
Il punto che rende questa fase particolarmente delicata non è soltanto militare. È politico. Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, aveva accompagnato l’avvio dell’operazione con la promessa di un intervento rapido e risolutivo. Ma il Wall Street Journal riferisce di un’estensione del programma delle missioni americane in Medio Oriente fino al 2027, segnalando quindi una possibile inversione di impostazione: da una guerra presentata come breve a una postura di lungo periodo, più costosa e più difficile da sostenere sul piano interno.








