Venezia – Colorato, eccessivo, ritmato fino all'ossessione. Pop. Capace di generare una euforia travolgente, nel raccontare le cose. Ci sono registi che raccontano il potere. Altri che raccontano i vincenti. Danny Boyle, da sempre, racconta gli outsider. Quelli che partono senza niente, che nessuno considera, che sembrano destinati a perdere. E che invece riescono nell'impresa impossibile.

Danny Boyle con il cast di Ink: Jack O'Connell, Claire Foy e Guy Pearce (ANSA/ETTORE FERRARI)

È il ragazzo di "The Millionaire", cresciuto nelle baraccopoli di Mumbai e capace di arrivare fino alla vittoria in un quiz televisivo. È il protagonista di "Yesterday", un musicista mediocre che si ritrova nell'unico mondo possibile in cui tutti hanno dimenticato i Beatles e diventa una star semplicemente cantando le loro canzoni. È persino Mark Renton, il tossico di "Trainspotting": un antieroe, un relitto umano, che alla fine trova la forza di sfuggire al destino che sembrava scritto per lui.

Boyle ha sempre raccontato personaggi marginali che riescono a fare qualcosa di eccezionale. Non necessariamente qualcosa di eroico. Ma qualcosa che cambia la loro vita. E forse è per questo che il regista inglese continua a essere uno degli autori più popolari e insieme più difficili da classificare del cinema contemporaneo.