Come tutto questo film fatto solo di iperboli che racconta, con varie licenze, come nacque e si impose il “Sun”, il tabloid scandalistico che tra il 1969 e i primi anni '70 mandò in orbita il magnate australiano Rupert Murdoch e riscrisse la storia del giornalismo. Non necessariamente in meglio, anche se gli ingredienti della success story, capitomboli compresi, ci sono tutti. Pantografati da inquadrature sghembe, montaggio frenetico, attori meravigliosi dal primo all'ultimo, com'è nello stile del regista di “Trainspotting” e di “Millionaire” (peccato solo che l'ottima Claire Foy, qui ambiziosa reporter e amante del neodirettore, non sappia fumare, assurdo per un personaggio anni '70!).Tratto da un'oliatissima pièce di James Graham, l'intrigo scorre veloce e sferragliante fra pub, rotative, scioperi, tempestose riunioni di redazione, prime pagine sempre più strillate e incontrollabili, con trovate anche visivamente memorabili (pensiamo alla scena in cui editore e direttore, in giacca e cravatta, si inginocchiano sull'asfalto per sentire le rotative pulsanti sotto Fleet Street, cuore dell'editoria londinese). Fino all'epilogo che di colpo ci catapulta al centro della storia.Altro che archeologia dei media: la fragorosa vittoria del “Sun” sui concorrenti, ancora attenti a “chiarire, educare, informare”, come predica il direttore del Daily Mirror, spianò la strada al peggio dell'informazione odierna, avida, incontrollata, manipolatrice. Come ha detto Boyle a Variety, “Decenni prima dei social o di Twitter, Fox News e Only Fans”, il “Sun” ha mandato in cantina il vecchio giornalismo, diciamo responsabile, puntando su sesso, scandali, scoop veri o presunti. Fino a sottomettere le sacre regole dell'informazione al principio più generale dell'addiction, che come ben sa il regista di “Trainspotting” non fa prigionieri. Di più, sempre di più, a qualsiasi costo, in qualsiasi situazione, senza riguardi per niente e nessuno. Se non per i padroni dell'informazione (e dell'infotainment), sempre meno visibili ma sempre più potenti.Dominato dai due carismatici protagonisti, Guy Pearce (Rupert Murdoch) e soprattutto il suo complice-antagonista, il neodirettore Larry Lamb (Jack O' Connell), “Ink” forse non scopre niente di nuovo (rivedere per credere un piccolo gioiello sul giornalismo, il dimenticato “Park Row”, diretto nel 1951 dall'ex-cronista Sam Fuller e ambientato nella New York… del 1880). Ma chiarisce una genealogia che meritava di essere sottolineata. Soprattutto oggi. Soprattutto in uno dei primi festival cinematografici al mondo.Che non è fatto di soli film se da ore sul web giustamente rimbalza il discorso pronunciato dal leone d'oro alla carriera George Clooney in difesa dell'amico e collega Mark Ruffalo, tacciato di antisemitismo per aver accusato il boss della Paramount, David Ellison, figlio del fondatore della Oracle, Larry Ellison, di complicità nello sterminio di Gaza. Anche se all'origine della polemica c'erano le probabili conseguenze nefaste della fusione tra Warner e Paramount.
L'inchiostro che riscrisse le regole: a Venezia arriva Ink, il peccato originale dell'infotainment - La recensione
Danny Boyle porta in Concorso alla 83esima Mostra la storia di come nacque il Sun, il tabloid che negli anni Settanta trasformò Rupert Murdoch in un magnate e c












