Il ministero del Commercio ha chiesto ai costruttori del Dragone che hanno mandato in crisi l’industria automobilistica europea di porre fine alle fluttuazioni di prezzo che distorcono il mercato. Un segnale di distensione a Bruxelles o solo l’ennesimo trucchetto?

Qualcuno strabuzzerà gli occhi. E forse avrà anche ragione. La Cina chiede ai suoi costruttori di auto di non esagerare con la concorrenza sleale che ha mandato in crisi i produttori europei, a cominciare da Volkswagen. La faccenda è nota. L’industria cinese, pompata a suon di sussidi statali, non ha praticamente rivali, dal momento che può applicare all’estero prezzi stracciati compensando le minori entrate con i soldi ricevuti da Pechino. Ne sanno qualcosa in Germania, ma anche in Italia e in Francia. Eppure dal ministero del Commercio cinese è partito uno strano ordine, racchiuso in un documento di 20 pagine.

Pechino ha infatti ordinato alle case automobilistiche e ai fornitori di componenti cinesi di astenersi dall’offrire forti sconti sui mercati esteri. Come a dire, di cominciare a giocare secondo le regole. Il precedente ha un suo peso, anche politico. Per la prima volta, autorità di massimo livello hanno pubblicato delle linee guida che mirano a regolare le attività delle case automobilistiche cinesi all’estero, con l’obiettivo di migliorarne la competitività globale. Indicazioni che “mirano a promuovere uno sviluppo sano e a lungo termine dell’industria automobilistica cinese nei mercati internazionali”, si legge nel comunicato del ministero. Dunque a far si che i costruttori cinesi rientrino nell’alveo della sana concorrenza.