La cinesizzazione del settore automotive europeo avanza. Inesorabile. E il nuovo allarme arriva da un rapporto del Financial Times secondo cui il Dragone ha ora come obiettivo la conquista della catena di fornitura dei componenti. Una mossa facilitata dalla crisi e dal disorientamento in cui si trovano i costruttori occidentali e in vista dell’annunciato varo del «Made in Europe» da parte di Bruxelles: l’obbligo, per chi intende produrre nel Vecchio continente, di utilizzare il 70% componenti locali.Il rischio, a questo punto, «è che al vantaggio formidabile nelle nuove competenze dell’auto - tra batterie, elettronica di potenza, software, intelligenza artificiale, connettività, digitalizzazione e sistemi di assistenza alla guida - la Cina ora aggiunga quelle storiche dell’industria europea, il nostro ultimo baluardo», avverte Raffaele Fusilli, ex ceo di Renault Italia, da Linkedin.In proposito, la realtà vede, dalla metà degli anni Duemila, l’acquisizione da parte cinese di oltre 130 fornitori europei, soprattutto in Germania e Francia. La domanda che pone Fusilli: «Cosa accade se uno dei sistemi industriali comincia a governare entrambi?». Il riferimento è rivolto a quel patrimonio industriale (persone, design, cultura del prodotto, competenze meccaniche, engineering, brevetti e processi vari) che rappresenta «uno dei pochi vantaggi competitivi che ci sono rimasti». Da parte sua il rapporto Ft sottolinea che nel 2025, con 7,6 miliardi, sull’automotive si è riversato il più importante investimento del Dragone in Europa (+46% sul 2024).«I cinesi - commenta Marco Stella, vicepresidente di Clepa (Associazione europea della componentistica) e al vertice dei fornitori Anfia (filiera italiana) - hanno applicato la strategia delle acquisizioni al di sotto dei 100 milioni di valore, in modo che non fossero soggetti a controlli dell’autorità, selezionando tecnologie e società che avevano sviluppato cose interessanti. E ora hanno iniziato a dar vita al loro progetto. In Europa esiste una supply chain in sofferenza da tempo e si continua a non trovare la forza di attuare una strategia importante che preservi la nostra autonomia strategica e le tante tecnologie che sono fondamentali per produrre auto. Lo scenario, a questo punto, si complica ancora e credo dia la misura di quanto stiamo rischiando di perdere definitivamente in Europa». Conclude Stella: «Un’industria automotive, per essere tale, deve avere un peso internazionale con almeno due grandi aree geografiche e quote di mercato rilevanti. Per Pechino, oltre alla Cina, l’altra quota importante riguarda l’Europa in quanto la strada per gli Usa è sbarrata. Risultato: i cinesi continueranno in questa strategia con i loro investimenti. Tra l’altro, vengono ripagati da quote che crescono a doppia cifra».
Auto, la Cina conquista anche i componenti Ue
Dopo batterie e software, Pechino punta sul resto delle produzioni di filiera. Investimenti in forte crescita e 130 fornitori acquisiti negli ultimi anni







