Made in China, by Italy. Stellantis produrrà modelli elettrici di Peugeut e Jeep a Wuhan, negli stabilimenti della Dongfeng Group. Valore dell’accordo: un miliardo di euro, per veicoli destinati agli automobilisti cinesi ma anche altrove. “Quello europeo è un mercato saturo, quello cinese è in continua crescita”, dice al Foglio, Giorgio Arfaras economista e già direttore de la Lettera Economica del Centro Einaudi. “In Europa abbiamo una domanda stagnante, se non tendente al declino. Mentre in Cina, nonostante i problemi demografici, riescono a crescere di più. Ecco perché il loro mercato è più ampio sia per le automobili che per i frigoriferi”. E qui c’è il passaggio inverso: aziende cinesi che entrano in Europa per fare affari con società manifatturiere in crisi. Potrebbe esserci un futuro orizzonte cinese per il colosso svedese dell’elettrodomestico Electrolux, che ha recentemente siglato una partnership con la cinese Midea group e ha annunciato la chiusura di alcuni stabilimenti nel mondo, Italia compresa. Anche la stessa Stellantis, prima di mettere piede in Cina, ha aperto un dialogo con Huawei, Jac Motors e Byd, altro gigante dell’automotive elettrico. La vice presidente esecutiva di quest’ultimo, Stella Li, non ha fatto mistero di voler mettere nel carrello stabilimenti in Europa per sfruttarne le capacità inespresse, e nello stesso tempo definisce “molto interessante” Maserati, in profondo rosso da tempo. Industrie, quelle del bianco e dell’auto, importantissime sia per l’Italia che per il resto d’Europa, almeno finché tutto si basava sui motori. Ora che in vetture e microonde c’è la stessa tecnologia di uno smartphone c’è un vantaggio del Dragone.“L’interesse cinese verso la manifattura europea non mi meraviglia”, dice Arfaras. “Loro sono più avanti su reti, satelliti e informatica, noi invece primeggiamo su ciò che riguarda la seconda rivoluzione industriale: motori a scoppio, chimica, elettricità. Ed è questo il comparto che la Cina vuole sviluppare di più”. In pratica, investono una quantità enorme di denaro nelle nuove tecnologie, “ma allo stesso tempo hanno tutto l’interesse a rafforzare il capo delle vecchie”. Si corteggia l’Europa e il suo poderoso tessuto manifatturiero (in crisi), ma il Vecchio continente è anche un “rifugio dalle sanzioni e dazi potenziali che l’Ue può imporgli”, osserva Arfaras. Gli facciamo comodo, ma vale lo stesso anche al contrario? “Immaginiamo che i cinesi si comprino lo stabilimento di Mirafiori per produrci automobili. Sicuramente una notizia positiva sarebbe il possibile mantenimento dei livelli occupazionali. A parte i dirigenti, che verrebbero sostituiti da cinesi – specifica l’economista –. Da un punto di vista pragmatico e interno non ci sarebbe nessun dramma. Anzi”.Per Arfaras, lo shopping cinese non è tanto diverso da ciò che la stessa Electrolux fece nel secolo scorso: “Dalla Svezia entrò in Italia comprandosi la Zanussi e gli stabilimenti nelle Marche e in Friuli Venezia-Giulia. Ma in tutta Italia c’è stata una vera débâcle della classe imprenditoriale”. E’ qui, per Arfaras, che si è costruito il terreno fertile della grande fame cinese. “Dopo il boom degli anni 60-70, la nostra produzione di auto ed elettrodomestici ha vissuto una deindustrializzazione progressiva – spiega – Abbiamo continuato ad agire con miopia, ed ecco che oggi il nostro tessuto industriale è fatto di tantissime piccole e medie imprese senza economia di scala e non sufficientemente redditizie. E quindi con salari bassi”.Intanto, la Cina ha continuato a crescere a suon di incentivi stratosferici alle proprie società (specialmente quelle tecnologiche) e centralizzazione delle decisioni economiche. Mentre cerca casa in Europa, Byd mette a punto veicoli elettrici capaci di raggiungere 70 per cento di carica in appena cinque minuti e arrivare quasi al pieno in dodici. Noi europei? Prendiamo ancora sveglie da Mario Draghi. “La crescita è la condizione per tutto ciò che oggi l’Europa dice di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano”, ha detto l’ex premier ad Aquisgrana. “Le grandi attenzioni della Cina verso l’Europa, e viceversa, sono il prezzo da pagare per non aver stimolato prima una maggiore integrazione industriale europea – chiosa Arfaras –. Draghi ci dice che dobbiamo allargare i cordoni della concorrenza in Europa, consentire che si formino grandi imprese dinamiche. Questa è la strada da seguire”.
Gli occhi di Pechino su Stellantis ed Electrolux: "La Cina cerca la manifattura europea", dice l'economista Arfaras
Le ricadute sull'occupazione e un mercato più ampio del nostro. "I cinesi sono più avanti su reti, satelliti e informatica, noi invece su motori a scoppio, chimica, elettricità. Ed è questo il comparto che vogliono sviluppare di più”, dice l'ex direttore de la Lettera Economica del Centro Einaudi











