Se mai in futuro si cercherà di trovare il momento preciso in cui l'Europa ha deciso di cambiare passo nel conflitto ucraino, forse si potrà risalire a questi giorni. Non tanto per le decisioni prese nel pratico. Il Gymnich di Wicklow, come ogni consiglio informale che si rispetti, si risolve in un giro di chiacchiere, in agenda non ci sono azioni esecutive. Ma la sensazione comune è che la Russia sia andata troppo in là, che il caso di Lipsia sia uno spartiacque.

Ursula von der Leyen e Mark Rutte, da Bruxelles, hanno scelto di apparire insieme per lanciare un messaggio di unità. Ue e Nato ci sono, sono unite, e promettono di "alzare la pressione su Mosca" e "di essere pronte a reagire all'irresponsabilità di Mosca in modo più rapido ed efficace". La presidente della Commissione, in particolare, ha usato parole molto forti e lucide. "Si è trattato di un attacco perpetrato da agenti russi sul territorio dell'Unione Europea utilizzando materiale di tipo militare: non lo tollereremo. Gli europei devono fare i conti con la dura realtà che questa è la nuova normalità alla quale dobbiamo adattarci", ha avvertito.

Il segretario generale della Nato le ha fatto eco: "La Russia aumentato la sua spregiudicatezza ma non ci spaventa". Se l'intenzione del Cremlino, con queste operazioni clandestine, era quella d'intimidire i Paesi europei e spingerli a ridurre il sostegno per Kiev, rischia di ottenere l'esatto contrario. Il presidente del Comitato Militare alleato, l'italiano Giuseppe Cavo Dragone, è stato molto chiaro nella sua analisi. "A coloro che ancora ignorano o negano che la Russia stia conducendo una guerra ibrida nei territori degli Alleati: Lipsia non è un caso isolato e distogliere lo sguardo non fa altro che premiare l'aggressore".