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Bastano poche ore perché l'entusiasmo attorno all'ultima ipotesi di casa dem si raffreddi da solo. L'uscita di Mario Calabresi da "Chora Media", letta da molti come il preludio a una discesa in campo per la poltrona di sindaco di Milano dopo l'era Sala, si è scontrata ieri sera con la doccia fredda di Elly Schlein. Dalla Festa dell'Unità di Genova, la segretaria del Pd ha spento sul nascere ogni accelerazione, ribadendo che il partito non ha alcuna fretta di blindare un nome prima ancora di aver messo a punto un programma condiviso. "Prima scriviamo il programma, poi troviamo i nomi", ha tagliato corto, quasi a voler ricordare a tutti chi detta i tempi in casa dem. Un copione che si ripete, verrebbe da dire, per un Pd che da tempo fatica a trovare una linea unica sulle partite più delicate, e che anche stavolta si presenta diviso tra sensibilità diverse. Da una parte c'è chi, come Carlo Calenda con Azione e Pina Picierno con Spazio Pubblico, spinge apertamente per bruciare le tappe e puntare subito sul giornalista, scavalcando le primarie e scommettendo su un profilo "civico" ritenuto capace di allargare il consenso oltre i confini tradizionali della sinistra. Dall'altra c'è l'ala del partito più vicina alla stessa Schlein, che invece continua a puntare sul percorso "dal basso" e su un candidato di area come Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale ed ex eurodeputato, oggi anche nella segreteria nazionale dem con delega a casa e immigrazione: un nome che garantisce fedeltà alla linea della segretaria, ma che fatica a suscitare lo stesso entusiasmo fuori dal perimetro del partito.










