Roma, 2 settembre 2026 – Il ballottaggio è una buona idea per ricomporre una delle contraddizioni più persistenti della democrazia italiana: quella tra la libertà dell’elettore e l’esigenza di governi in grado di decidere. Da troppo tempo questa alternativa viene posta in termini impropri. O si cerca la fotografia pura del pluralismo, accettando però la frammentazione e l’incertezza delle maggioranze; oppure si persegue la governabilità ad ogni costo, costringendo fin dall’inizio partiti ed elettori a convergenze spesso innaturali. Il doppio turno permette invece di ordinare nel tempo le due esigenze, senza sacrificarne una all’altra.

Al primo turno ciascuno può votare secondo la propria prima preferenza: il partito che gli è più vicino, la lista che ne interpreta meglio la sensibilità, anche quando essa sia minoritaria, radicale o estranea alle grandi coalizioni. È un voto di verità, sottratto alla tirannia preventiva del cosiddetto voto utile. In un sistema a turno unico, soprattutto se corretto da soglie e premi di maggioranza, l’elettore viene spesso spinto ad abbandonare la forza che preferisce per scegliere quella che considera meno lontana e più competitiva.

Il problema della stabilità rischia di rimanere col turno unico perché costringe i partiti ad aggregazioni innaturali per ottenere il premio di maggioranza, che potrebbero fallire in parlamento alla prima difficoltà. Con il ballottaggio, al contrario, la prima scelta può essere libera e la seconda può diventare responsabile. Al secondo turno non si chiede più all’elettore soltanto chi lo rappresenti meglio, ma quale tra le alternative realisticamente in campo sia più adatta a governare. È qui che la democrazia maggioritaria assume una forma più persuasiva e meno coercitiva.