di Carmelo Pennisi
La notizia dell’allontanamento di Sigfrido Ranucci da Report era già nell’aria da diversi giorni, ma fintanto che mancava la conferma definitiva si aveva l’illusione che quel meccanismo diabolico messo in moto dagli illiberali dell’informazione non potesse arrivare a tanto: punire una persona che, allo stato dei fatti accertati ad oggi dalla Magistratura, è parte lesa di un reato.
Ma ci si sbagliava perché, evidentemente, Report rappresenta un pericolo troppo elevato per chi ne ha auspicato e favorito la fine. Sono state settimane in cui il defenestramento di Ranucci è stato prima ventilato come una possibile eventualità, poi ritenuto via via sempre più probabile, fino a farlo apparire come una necessità: un susseguirsi di ballon d’essai per testare a mano a mano le reazioni dell’opposizione e dell’opinione pubblica. A parte la netta presa di posizione de Il Fatto Quotidiano, le atre reazioni, ahimè, sono state blande e comunque non in grado di far desistere i vertici Rai dal prendere quella decisione che, anche dal punto di vista aziendalistico, va in direzione opposta alla tutela e alla credibilità del programma.
Nell’indifferenza dei più si è, quindi, consumato l’ennesimo delitto contro la libera informazione, perché Ranucci non è solo conduttore, autore e cronista di Report, è il frontman di una squadra di giornalisti d’inchiesta che incarnano l’essenza del giornalismo: l’informazione libera e indipendente. E ciò tanto più nell’ambito del servizio pubblico ontologicamente proiettato a rendere effettivo il diritto ad essere informati dei cittadini con l’imprescindibile garanzia dell’indipendenza, senza condizionamenti e subordinazioni al potere politico, come ribadito e imposto anche dal recente Regolamento europeo sulla libertà dei media (Regolamento UE 2024/1083).













