di

Antonella Baccaro

Il giornalista sul piede di guerra con la Rai: «Qualsiasi incarico minore sarebbe un demansionamento»

Abbandonato dai suoi collaboratori più stretti, poche ore prima di essere messo da parte dalla Rai, che ieri stava ancora perfezionando il dossier. Sigfrido Ranucci dopo l’attentato subito dal «fraterno amico» Valter Lavitola, mercoledì scorso è stato scaricato dai suoi inviati di fiducia, pronti a prenderne il posto. Lui intanto resiste: «Qualsiasi incarico minore è un demansionamento. Perché dovrei accettarlo? Per cose scritte sui giornali che non sono vere? Con la mia storia poi?». E ancora, in serata: «Siamo in attesa di una decisione, che ha una chiara matrice politica, ma io resisto fino all’ultimo».

Tornando alla redazione, il luogo in cui si è perpetrato il «parricidio» è stata la chat interna che due giorni fa ribolliva di allusioni a riunioni carbonare organizzate da autori di punta, all’insaputa degli altri, e dei loro abboccamenti con il direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini. Ed è proprio sulla chat che si è consumata la spaccatura definitiva tra quella parte di redazione che avrebbe voluto pubblicare un comunicato di sostegno a Ranucci, e il gruppetto dei «big» che ha lasciato la chat, redigendo una propria nota firmata «gli inviati di Report». Chi si celi dietro questa formula, lo si apprende da fonti interne: Giorgio Mottola e Giulio Valesini, prima di tutti, Giulia Innocenzi, Paolo Mondani, Bernardo Iovene, Manuele Bonaccorsi, Danilo Procaccianti. Si tratterebbe proprio del gruppo di lavoro su cui Ranucci ha investito negli ultimi anni, come dimostrano i livelli retributivi raggiunti rispetto ai colleghi.