“Le posso dire come ero ridotta? Il dolore era talmente forte che salivo in auto e speravo di fare un incidente”. È la mamma di una bevitrice compulsiva a permetterci di tornare a raccontare il lato invisibile e non meno drammatico dell’alcolismo: quello dei familiari. Per ovvie ragioni la sua testimonianza è anonima ma assolutamente generosa, capace di toccare corde che qualcuno potrebbe riconoscere: la vergogna, la sofferenza che si fa disperazione, il senso di impotenza, la rabbia, l’isolamento. Ma racconta anche che si può essere aiutati, sostenuti, accolti. E cambiare le cose cambiando prospettiva.

Quando è entrato l’alcolismo nella vostra storia di famiglia?

A 15 anni capitava che mia figlia tornasse a casa un po’ allegra, più su di tono del solito. Ricordo che le dicevo: “Cos’è? Hai bevuto?”, ma per me era solo una battuta: a casa c’era un clima fondamentalmente sereno e mai mi sarei immaginata che fosse in realtà l’alcol il motivo.

E invece?

Durante una gita scolastica ha sfiorato il coma etilico e è finita in ospedale. Lì è arrivata la consapevolezza e sono iniziati dieci anni tragici.