Fino a pochi mesi fa mi trovavo in caduta libera verso il fondo di un baratro: l’anoressia mi stava lentamente uccidendo e io non riuscivo a fare niente per contrastarla. Della mia vita vedevo solamente il lato buio, l’unica cosa che mi rendeva felice era vedere i numeri sulla bilancia scendere, la mia mente era la mia principale nemica e le giornate si confondevano tra di loro in un loop infinito di tristezza e paura per le cose più semplici. I medici, i miei genitori, gli amici, tutti mi spronavano a tirarmi fuori, mi lanciavano le corde mentre sprofondavo nell’abisso, ma io non ne afferravo nessuna, ero convinta che, una volta guarita, ognuno di loro mi avrebbe abbandonata e sarei rimasta sola con la mia testa. Poi, il ricovero: due mesi di psichiatria, senza cellulare e con limitati contatti con l’esterno, un periodo in cui l’unico impegno che mi veniva richiesto era pensare a me stessa.