Prima la confessione di Mauro Corona, che ha ammesso di essere arrivato a bere “una bottiglia di whisky al giorno dopo dodici birre e un litro di vino”. Poi l’appello dal letto d’ospedale di Carlo Budel, per sette anni gestore del rifugio sulla Marmolada, che ha definito l’alcol “la cosa più viscida e schifosa di questo mondo”. Le storie di due volti noti, uomini di montagna, hanno riacceso il dibattito sull’alcolismo. Ma secondo lo psichiatra, sociologo e saggista Paolo Crepet, stiamo guardando il fenomeno nel modo sbagliato. In una lunga intervista al Corriere della Sera, Crepet, 73 anni e veneto come Corona, sposta il focus dal racconto romantico e tormentato del singolo a un’analisi sociale più ampia e allarmante. “L’alcolismo oggi non è quello di Longarone”, afferma, riferendosi a un immaginario legato alla fatica e al dopolavoro. “È quello delle piazze di Belluno, Verona, Treviso e delle altre meravigliose città del Nord Est”.
“Non si tratta più di alcuni signori che dopo una giornata di fatica si bevono un litro, una coreografia abbastanza prevedibile”, fa notare Crepet. “Oggi non sono più uomini che faticano in una bottega di falegname o come muratori, ma sono ragazzini e ragazzine che con i soldi di papà si ubriacano tutte le sere in una piazza del centro storico”. Pur rispettando il dolore personale di Corona e Budel (“Ogni vita ha il suo dolore, io lo rispetto”), lo psichiatra è netto nel rifiutare qualsiasi romanticizzazione della dipendenza: “Non c’è niente di eroico in tutto questo, credo che Corona lo sappia per primo, non è questo il senso che vuole trasmettere”.









