Al Pentagono non si muove soltanto una casella. Le dimissioni di Dan Driscoll, segretario dell’Esercito Usa, spalancano un problema di comando e di equilibrio politico proprio mentre Washington fronteggia crisi esterne, tensioni con l’Iran e una lotta interna sempre più visibile attorno al potere di Pete Hegseth.

Il cambio al vertice non è arrivato in una stagione ordinaria. Dan Driscoll, il civile chiamato a guidare il più grande ramo delle forze armate statunitensi, lascia il Dipartimento dell’Esercito mentre Washington è impegnata su più dossier esterni e mentre al Pentagono continua a pesare la linea muscolare imposta dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. La notizia, confermata dalla Casa Bianca il 31 agosto 2026, non è soltanto l’ennesima scossa nella catena di comando americana: apre anche un vuoto istituzionale in una fase in cui la continuità decisionale conta quasi quanto la capacità militare stessa.

Driscoll dovrebbe lasciare formalmente nei prossimi giorni, dopo 18 mesi al vertice politico dell’Esercito. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha evitato di indicare una motivazione ufficiale per l’uscita, scegliendo invece di valorizzare il lavoro svolto: leadership nelle operazioni, attenzione a prontezza e letalità, contributo ai negoziati tra Russia e Ucraina. È un linguaggio che, in politica americana, spesso accompagna un commiato imposto o comunque maturato in un contesto di attrito interno più che di normale avvicendamento.