Ieri ho costruito una scala. Sono passati sei anni da quel falò; da allora ho vissuto in sette appartamenti, cioè ho vissuto in giro. Questo a Milano è il primo che è mio. Ha una stanza nel sottotetto a cui si accede con una chiocciola angusta e traballante, con le pedate decentrate rispetto al foro nella soletta. Quindi ho deciso di rifarla. Non sto cambiando argomento. Anche questa è una storia di case. Il sito da cui ho ordinato il kit lasciava immaginare che l’assemblaggio fosse simile a quello di un comodino. Era una valutazione ottimista. I gradini erano spessi panetti di listellare grezzo, con diagrammi simili a istruzioni di origami che spiegavano dove praticare fori passanti e dove fresarli per incassare le boccole filettate.

C’era da tagliare le barre d’acciaio che fissavano l’alzata e sagomare il pianerottolo di sbarco. La scatola pesava due quintali. L’ho aperta in cortile, sotto al sorriso di scherno o forse di pietà del mulettista che l’aveva consegnata, e ho proceduto a fare la spola a piedi per trasferirne i contenuti al quinto piano. Disposti in terra occupavano tutto il soggiorno. Ero già esausto, sudato, vicino allo sconforto. Non sapevo neanche da dove cominciare. Ma dovevo: in previsione della consegna avevo già smontato la scala vecchia. La camera da letto era irraggiungibile, il resto dell’appartamento ingorgato di bozze di gradini e tratte di corrimano ed enigmatici raccordi snodati. Cosí, dopo una decina di minuti seduto per terra a disperarmi, mi sono messo al lavoro. Erano le dieci del mattino; a sera la scala era montata e la casa pulita da trucioli e limatura d’acciaio. Regge, non balla, non cadi nel vuoto.