Le cose che perdo, le cose che ricordo: un viaggio intimo sulla capacità di lasciar andare gli oggetti senza mai perdere il valore dei ricordi e delle persone che ci restano dentro
Ho un concetto di cosa è mio molto particolare, motivo per cui, insieme a una congenita distrazione che fa il paio con una involontaria sciatteria, perdo cose in continuazione.Ne perdo così tante e così spesso che ho smesso di affezionarmici. Forse non l’ho mai fatto. È una cosa complessa per chi mi sta vicino, che a volte scambia per disinteresse, il fatto che io vada smarrendo regali, oggetti, pensieri. Non è così. Perdo di vista le cose, non il ricordo, non l’emozione nell’averle ricevute, non la gioia del dono.
È complicato, è vero. Tanto che sono lontanissima e davvero faccio fatica a capire le persone legate alle cose come a feticci. Come se gli oggetti non fossero corruttibili, o passassero indenni la prova del tempo. Come se non fossero, solo e semplicemente: cose.Non è distrazione, anche se dall’esterno sembra quella: è una forma di leggerezza che mi porto dietro da sempre e che mi permette di perdere un anello di famiglia e una penna da cartoleria con la stessa, identica misura di dispiacere. Che è pari a zero, o quasi. Mia madre lo definisce un difetto di carattere. Io preferisco chiamarlo economia degli affetti: ne ho una quantità limitata, e preferisco spenderla su cose che possono restituirmela.







