«Dove ho lasciato le chiavi?», «Perché sono andata in cucina?», «Ma come si chiama quel negozio?». Nomi che sfuggono, piccoli e grandi vuoti di memoria, ricordi smarriti. Crescono l'ansia e la paura che, in agguato, ci sia una malattia inquietante e grave, come la demenza. Ancor più se in famiglia qualcuno ne ha già sofferto, uomo o donna che sia.
La perdita grave di memoria che caratterizza la demenza mista, Alzheimer e vascolare, la più frequente, è sottesa dalla distruzione dell'80% delle cellule nervose, i neuroni colinergici, che ne garantiscono la funzione, in un'area critica del cervello, l'ippocampo. È allora troppo tardi per cambiare la traiettoria di salute, in cui la demenza è la punta dell'iceberg di una fragilità demolitiva, associata a osteoporosi e sarcopenia.
La sfida è intercettare i primi fotogrammi del film "La perdita della memoria", quando la distruzione dei neuroni è ancora agli inizi ed è possibile rallentare decisamente il percorso di malattia. Questo implica non «normalizzare» e non «banalizzare» i primi segnali dicendo «Tutti dimenticano!». E riflettere sul perché la demenza colpisca le donne nel 70% dei casi e gli uomini nel 30%.
Gli ormoni sessuali sono il primo fattore critico per ottimizzare la salute dei protagonisti cerebrali della salute mentale. Estrogeni, progesterone e testosterone nella donna, testosterone ed estrogeni nell'uomo, hanno tre azioni protettive dirette su tre bersagli diversi nel cervello: 1) aiutano le cellule nervose, i neuroni, a fare manutenzione ordinaria e straordinaria per mantenersi in forma, sani e brillanti; creare connessioni veloci, le "autostrade" su cui viaggia il pensiero; rigenerarsi, creando nuovi neuroni anche negli adulti (la cosiddetta neurogenesi); 2) stimolano le cellule gliali, "colf" e "infermiere" dei neuroni, a rimanere amiche, così da ottimizzare la manutenzione e la funzione dei neuroni stessi; 3) mantengono in forma i vasi, riducono l'accumulo di zolle di colesterolo che li infiammano e li ostruiscono, e ottimizzano la vasodilatazione: riducono così il rischio di ipertensione: una patologia rischiosa e sottovalutata che colpisce gli uomini soprattutto prima dei 60 anni e le donne dopo i 60 anni, aumentando il rischio di ictus.






