«Preferisco ricordare le cose a modo mio. Come le ricordo io. Non necessariamente come sono avvenute» Questa frase, che il regista David Lynch mette in bocca al protagonista di “Strade Perdute,” simboleggia un po’ il rapporto che abbiamo con la nostra memoria, il suo scollamento dal mondo dell’oggettività. E, come ci dice Sergio Della Sala, neuroscienziato italiano che lavora all’Università di Edimburgo, la memoria umana, sia quella verbale sia quella visiva, è fragile, può essere indotta, distorta, riplasmata: «Persino la cultura popolare lo riconosce, come dimostra un fumetto di Diabolik, in cui lui spiega alla sua allieva che un dettaglio appariscente, come una vistosa parrucca rossa, basterà a distogliere l’attenzione dei testimoni. Proprio l’inaffidabilità delle testimonianze oculari è tra le cause principali di ingiuste condanne, come dimostrato dall’Innocence Project attraverso l’uso del Dna».
Gli errori giudiziari
Quest’ultimo è un progetto internazionale che mira appunto a ottenere la liberazione delle vittime di errori giudiziari. «Per questo le testimonianze in tribunale, pur preziose, devono essere valutate con cautela e sostenute da altre prove forensi. La memoria è ricostruttiva e quindi inevitabilmente parziale, ma non per questo va screditata. Quando le memorie individuali convergono e sono corroborate da fonti e documenti, come nel caso dell’Olocausto, diventano testimonianza storica solida. Essere consapevoli dei limiti della memoria significa interpretarla con prudenza, non negarne il valore».






